Voglia di cubismo

Tamara de Lempicka viene spesso ricordata per l’autoritratto nella Bugatti verde, e in effetti possiamo definirlo il dipinto che più ne descrive le necessità artistiche. E’ un dipinto molto avveniristico, non tanto per lo stile, comunque innovativo, quanto per il fatto che potremmo definirlo un “selfie di altri tempi”. Un’usanza comune dell’era attuale è quella di scattarsi un autoritratto con lo smartphone mentre si guida, e notoriamente molti incidenti avvengono per questo motivo.

La Lempicka utilizzò una procedura non troppo differente: dipinse un ritratto di sé stessa, mentre era alla guida. La tela era fissata in prossimità dello specchietto retrovisore sinistro, per permettere alla pittrice di osservarsi mentre dipingeva. Impresa era molto ardua, nonostante l’artista avesse scelto una strada con poche curve.

Ma lo sforzo fu ampiamente ripagato perché quello divenne il dipinto più famoso della sua carriera.

Ma perché dipingere mentre guidava?

Per rispondere a questa domanda, Sigmund Freud fece un’analisi estremamente plausibile di questo autoritratto, e in generale della Lempicka. Durante gli anni ’20 l’artista aveva rincorso affannosamente la fama, senza riuscirci appieno. Per raggiungere il suo scopo volle riferirsi ad uno stile già conosciuto piuttosto che perseguirne uno personale, e influenzata dal pittore André Lhote, scelse il cubismo. Questa scelta, troppo concettuale per un’istintiva appassionata come lei, possiamo ritrovarla in dipinti come il Ritratto di Suzy Solidor, il Ritratto della  Duchessa de la Salleo il Nudo seduto del 1925, solo per citarne alcuni. Ma si vedrà che è un “cubismo di sfondo”, in cui cioè il soggetto principale è immediatamente riconoscibile nello stile della Lempicka, mentre sullo sfondo riconosciamo una tecnica che rispetta le caratteristiche tipiche del cubismo.

La sua personalità così singolare, così indisciplinata e debordante, non poteva essere costretta in uno stile che per quanto libero, seguiva pur sempre delle regole. La donna, con la testa pensava al cubismo, ma il cuore, l’intuito, tendeva a restituire ai soggetti principali dei suoi dipinti quel suo stile plastico inconfondibile, che non si può certo definire cubista. Quindi questa sua voglia di cubismo crebbe in lei, comprimendosi nelle profondità della sua anima, senza trovare sfogo se non sullo sfondo della sua vita artistica. Finché esplose.

Scrive Freud: “Questo stile forzato (cubismo n.d.r.) non era presente nel genio artistico dell’artista, ma solo nel suo ego autoritario che richiedeva a tutti costi un legittimo riconoscimento personale.”

Ne L’autoritratto nella Bugatti verde la Lempicka si ritrae con un’espressione indifferente, o forse insoddisfatta delle sue stesse fattezze, troppo poco cubiste. Si ritrae alla guida della sua automobile, che in quegli anni era il simbolo dell’emancipazione femminile. La donna alla guida, ritratta in eleganti abiti alla moda, in un certo senso dichiara la sua sottomissione a una forza che proprio nella macchina trova una delle sue espressioni più genuine.

“Il suo inconscio”, continua Freud, “la spinse a compiere l’imprudenza di guidare mentre dipingeva. Era sì una ricerca artistica, ma era soprattutto la ricerca di un incidente automobilistico. Il suo inconscio capì che il botto, avrebbe causato la rottamazione della macchina, che sarebbe stata pressata nella caratteristica forma cubica. Fu la ricerca dell’opera d’arte finale: la trasfigurazione della macchina, quindi della stessa artista, in un cubo. Fu un’imprudenza concettuale che compì, ripetiamo, con la testa e non certo col cuore. Non a caso,nel quadro vediamo solo la testa della donna, mentre il cuore è nascosto sotto una spessa sciarpa.

Ma la Lempicka stava guidando molto lentamente la sua automobile, altrimenti sarebbe stato impossibile dipingere. L’incidente ci fu, ma fu così lieve che non fu neanche necessario il CID. Rigò appena l’automobile di un suo fan, che non volle saperne di essere rimborsato, e anzi, fu ben felice di aver contribuito ad un’opera d’arte così bella.

Conclude Freud: “Come possiamo arrivare a conoscere l’inconscio? Naturalmente lo intuiamo soltanto in una forma conscia, dopo che si è trasformato o tradotto in qualcosa di conscio.” E questo qualcosa di conscio non è altro che il cubo in cui l’artista voleva trasformare la sua macchina. Ma il suo tentativo fallì, perché la macchina non divenne mai un cubo. E anche se lei non divenne mai una cubista, da sempre le sue opere esprimono un intenso erotismo, se ci passate l’exploit ironico.

 

Col sennò del poi, siamo ben contenti che un gesto così pericoloso abbia contribuito a creare un quadro così pregno di sensazioni e significati.

Ma in ogni caso, smettiamola con questi selfie in automobile.

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