Magnifico Cristo velato o povero cristo jellato?

Prima di cominciare, è necessario un chiarimento. Ricordiamo a coloro che  ci assimilano agli autori di tesi archeologiche o scientifiche balzane e palesemente false, o che ci accostano ai responsabili delle teorie del complotto che infestano il web, che le nostre tesi sono sostenute da informazioni assolutamente attendibili.

Dopo l’interessante commento della Dott.ssa Alessandra Padiglione sul Cristo Velato, siamo felici di poter approfondire oggi l’argomento, grazie ai nuovi dati che ci sono pervenuti.

Il Cristo Velato è una scultura marmorea del 1753, conservata nella napoletana Cappella Sansevero e realizzata pare da Giuseppe Sanmartino. In realtà sono numerosi gli esperti che hanno dubbi sulla reale attribuzione dell’opera. E forse non a torto.

L’ineguagliato realismo del velo che ricopre il Cristo ha addirittura incoraggiato la leggenda secondo cui il principe committente, il famoso scienziato e alchimista Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Da circa tre secoli, infatti, molti visitatori della Cappella, colpiti dal mirabile velo scolpito, lo ritengono frutto di una “marmorizzazione” alchemica effettuata dal principe, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo, che si è nel tempo marmorizzato attraverso un processo chimico.

E se l’intera statua fosse il vero Cristo marmorizzato chimicamente?

Ma no, scherziamo naturalmente. Talvolta è necessario prendersi gioco appunto delle tesi campate in aria. La verità è un’altra, e ci viene sussurrata all’orecchio dall’espressione di “Cristo”, celata proprio dietro l’invisibile velo: il volto ha un’espressione di sollievo.

Ricordiamo che la statua  rappresenta  il tormento di Cristo.

Perchè allora lo scultore così attento ai particolari e in grado di riprodurre così fedelmente un velo posato su un corpo umano, avrebbe trascurato un elemento importante come l’espressione di dolore causata dal martirio subito?

Per rispondere dobbiamo esporvi la teoria formulata da Vasco Rosso, investigatore archeologico a capo del team che abbiamo inviato a Napoli per studiare l’opera, che ha collegato tra loro le pinze, un giunco spinato, un’espressione di sollievo.

Ecco la storia che ne ha dedotto:

Un uomo ha voglia di farsi una bella giornata alle terme. Non ha i soldi per entrare, e quindi che fa? Porta con sé una pinza per tagliare la siepe che protegge l’edificio, ma un frammento della siepe rimane forse impigliato sul pover’uomo. Il bagnante si immerge nei fanghi caldi per poi sdraiarsi sul lettino e godersi l’effetto balsamico, con un’espressione di sollievo sul volto. L’uomo viene però sommerso dalla lava di un vulcano, e così resta, fino ad oggi.

Siamo a Pompei nel 79 D.C.

Quindi il velo non è altro che il fango essiccato sulla pelle dell’uomo prima che la lava lo “marmificasse” per sempre. Nel 1753 durante una gita a Pompei, Giuseppe Sanmartino, folgorato dalla somiglianza della statua con Gesù, si impossessa del cadavere del pover’uomo e afferma di esserne l’autore.

Con questo non vogliamo certo infangare la reputazione dello scultore, autore di pregevoli opere, ma in questo caso, il Sanmartino ha un ruolo di archeologo più che di scultore. Il suo gesto, anche se non scusabile, ha senz’altro il merito di aver preservato questo eccezionale cimelio, rendendolo il più raffinato tra tutte le sculture umane di Pompei.

Tra l’altro, è probabilmente l’unica che esprime serenità e beatitudine, perchè forse in quell’attimo di godimento si è davvero avvicinato al Cristo, raggiungendo l’estasi divina. O forse no.

Comunque, come biasimare il Sanmartino: pochi avrebbero resistito alla tentazione di attribuirsi una statua del Cristo, dopo aver trovato una bellissima opera già bella e fatta, con una corona di spine ai piedi. “E’ proprio una statua del cristo!” avrà esclamato vedendola.

Detto ciò, per quanto siamo sensibili alle opere d’arte anche naturali come in questo caso, proponiamo di rimuovere quel povero cristo e di concedergli dopo così tanto tempo, una sepoltura dignitosa.

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