La semplicità dello Stra-realismo

 

Oggi parliamo di un artista molto particolare, proprio come piace a noi. Ci teniamo a parlarne non solo perché ci diverte molto il suo modo di lavorare, ma anche allo scopo di essere annoverati tra quelli che per  primi hanno apprezzato il suo talento, quando il suo stile, lo stra-realismo, diventerà una corrente artistica di grande importanza.

Lui è Mario Rossi, questo lo pseudonimo di fantasia scelto da lui. Non è molto di “fantasia” in realtà, ma “Bisogna restare semplici, anche nel nome.” ha affermato il pittore al nostro inviato.

E’, pensate, cugino di quello sciamano buddista di Nizza che per insegnare la via della spiritualità usava, a nostro avviso, dei sistemi un po’ discutibili. Gli dedicammo un reportage qualche tempo fa. Potete trovarlo sul nostro sito, o digitando su youtube il titolo: Conosci te stesso o ti spezzo le ossahttps://www.youtube.com/watch?v=vv8H75VE-xY

Come suo cugino, anche Mario percorre la via della spiritualità concentrandola nella filosofia del “Qui e ora” che considera il momento presente non solo come il momento più importante della vita, ma anche come l’unico momento reale. In effetti il passato esiste solo nella nostra memoria, e il futuro ancora deve arrivare. L’attimo presente è quindi l’unico momento realmente esistente. Quell’Atto, “che è anche un immediato svanire” diceva Carmelo Bene, unico momento grandioso in cui si può smettere di avere l’illusione di creare capolavori, ed in cui non ci resta che essere capolavori. In futuro affronteremo il tema in maniera più approfondita.

Nelle sue opere, Rossi coglie appieno tale filosofia, e la concentra con tutto sé stesso nella sua opera.

 

 

Eh si, è una tela bianca. “E cos’altro??” risponde anche un po’ piccato l’artista, quando i critici gli chiedono: “Beh, tutto qui?”. In effetti Mario dipinge ciò che vede nel qui ed ora: nel Qui vede la tela, nell’Ora, la vede bianca, quindi non può fare altro che lasciarla così com’è. “Cos’altro se non bianca? Aggiungere anche un solo colpo di pennello a quella tela, sarebbe come aggiungere un petalo di plastica ad un fiore già perfetto così. Sarebbe un non accettare le cose per come già sono”, continua il pittore. In realtà non vorremmo neanche sminuirlo chiamandolo “pittore”, visto che di fatto non tocca le tele col pennello. Questo non-dipingere, quindi, abbraccia anche la filosofia dell’accettazione come atto di fede. Il non avere, cioè, la pretesa di cambiare la realtà, ma di accettarla in tutto e per tutto.

Molto bene.

Da critici d’arte, non vogliamo naturalmente influenzare l’artista, dando per scontato che il ruolo del critico è quello di adattarsi all’arte, e non viceversa. Molto umilmente vorremmo però suggerire un differente approccio a questa corrente così fuori dagli schemi. Sarebbe interessante usare come tela di partenza un bel dipinto, non so, un Renoir, un Caravaggio, e quindi applicare ad esso lo stra-realismo, così da ottenere un risultato godibile anche agli occhi dei più esigenti, coloro cioè che disprezzano il lavoro di Mario. Questo non per accontentarli visto che l’arte deve bastare prima di tutto all’artista, quanto per mostrare più ampiamente le potenzialità di questa tecnica pittorica. In questo modo, le tele stra-realiste, si accosterebbero nientemeno ad artisti del calibro di Renoir, di Caravaggio.

In attesa di nuovi sviluppi, diamo il benvenuto a questa nuova arte.

Vorremmo terminare dichiarando che in questo articolo abbiamo nascosto giocosamente un pesce d’aprile. Lasciamo ai nostri lettori il piacere di scovarlo.

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