Botticelli e il fumetto: un viaggio nel tempo

Alessandro Botticelli non fu soltanto un faro per i pittori del ‘500, ma anche un precursore dell’arte del ‘900.

E’ stato infatti recentemente ritrovata un’opera straordinaria che getta una luce completamente nuova sul genio creativo dell’allievo di Filippo Lippi.

Un’opera impossibile da classificare, poiché formata da otto tavole, un doppio quatrittico diremmo, olio su legno, che racconta una storia con un inizio e una fine. Il Vecchio e La Sirena Il titolo, in bella vista sulla prima tavola. Lo stile ricorda incredibilmente la struttura del fumetto, con le vignette che si susseguono con una concezione completamente nuova rispetto alle storie raccontate nelle colonne conclidi romane, o negli affreschi narrativi di Giotto.

Non vogliamo rivelare i dettagli della storia, per lasciare ai lettori il piacere di scoprirla da soli, quindi faremo soltanto qualche osservazione sullo stile.

Protagonista è il blu del mare, che troveremo anche ne La nascita di Venere, ma che qui è incredibilmente più realistico, forse per il desiderio del giovane Sandro a vivere quel mare che tanto amava, e che non poteva visitare spesso a causa della sua salute cagionevole. Mai prima di questo capolavoro le espressioni facciali furono proposte in tale realismo. A volte volutamente caricate, “ricalcano” ci verrebbe naturale dire, alcune espressioni del cinema muto. Ci verrebbe naturale dire, ma non possiamo, perché trattasi di un’opera di oltre quattrocento anni prima della nascita del cinema. E ancora, quei gesti così moderni e così chiari, che mostrano tutto il diniego di questa sirena a seguire il vecchio, per tuffarsi invece nella libertà del mare. Forse quel dito alzato è un bisogno del Botticelli a rifiutare la sua salute cagionevole e esorcizzare così la paura della vecchiaia? Una mise en abyme: la giovinezza della sirena che si libera poi della sua mortalità schizzandone lo spettatore, e lasciandolo solo con il vecchio. Forse erano davvero 9 le tavole, 3 trittici? Non sarebbe la prima volta nella storia dell’arte che il numero 9 fa la sua comparsa. Che l’ultima tavola sia una sorta di epilogo raffigurante il vecchio, come per lasciare lo spettatore solo con la sua vecchiaia?

Dettaglio pregevole, quelle linee cinetiche in tavola 6, che danno movimento al braccio della sirena, per rimarcare il di lei rifiuto ad essere salvata dal vecchio. E’ datato 1464, quindi all’inizio del suo apprendistato dal Lippi. Nulla di ciò che fece successivamente è comparabile in termini di innovazione, a quest’opera. Un’ulteriore prova che a volte l’esperienza diminuisce la spinta creativa. Il ragazzo prodigio incontrò la sua vera Primavera creativa ben prima dell’omonimo quadro in cui si ritrae la Venere, e ancora molto prima di quell’Incoronazione della Vergine che fa parte della sua esigenza di misticismo, che l’avvento del Savonarola a Firenze accrebbe in molti artisti a partire dagli anni ’90 del quattrocento.

Lui, giovane virgulto, ancora quasi Vergine di pittura ma già stuprato dal suo stesso genio, diede vita a questo Vecchio e La Sirena che abbiamo la fortuna di ammirare oggi. Per così tanto tempo l’opera ha pazientemente atteso il momento giusto per venire alla luce. Forse non è un caso che si sia rivelata solo adesso, in un’epoca in cui può essere apprezzata in tutta la sua freschezza e attualità.

“Oh Sandruccio!” lo chiamava affettuosamente il suo maestro. Ricordate? E Sandruccio stava viaggiando con la macchina del tempo fino al 1900, anticipando la nona arte di cinque secoli.

Grazie Sandruccio.

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